Masciaga - Parrocchia di Bedizzole

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Masciaga

le Chiese di Bedizzole
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Santuario della Madonna del Lazzaretto

Sulla sponda destra del fiume Chiese e a occidente del Comune di Bedizzole sorge il settecentesco Santuario della Madonna del Lazzaretto.
L'edificio venne costruito sul luogo di una precedente chiesa, dedicata a San Nicola di Bari, forse di origine quattrocentesca, restaurata con il concorso degli abitanti della contrada nella seconda metà del Cinquecento, 'scossi' probabilmente dagli ordini del Vescovo Domenico Bollani che, a seguito della Visita Pastorale del 1566, ne aveva intimato il restauro o la completa demolizione. Il 19 luglio del 1741 nell'oratorio di San Nicola venne trasportato il massello di parete con la raffigurazione della Madonna con il Bambino, ora custodito nel presbiterio del Santuario masciaghese e in origine proveniente dall'antico lazzaretto costruito nel XV secolo sulla strada Bettoletto-Pontenove. I lazzaretti erano piccoli ospedali contumaciali, dove veniva isolata la popolazione colpita da peste e spesso fungevano anche
da cimiteri, perché gli appestati non potevano essere sepolti nelle chiese per paura di nuovi contagi.
In località Bettoletto, su un muro del lazzaretto ora non più esistente, un certo Silvestro Benaglio fece dipingere nel 1542 l'immagine della Madonna, prima menzionata, denominata dal luogo in cui venne affrescata Madonna del Lazzaretto. L'effigie divenne meta di sempre maggiori pellegrinaggi e dopo la nuova ondata epidemica del 1630, venne edificata davanti ad essa una piccola cappella votiva, dove si celebravano messe, ancora attestata in documenti d'archivio di inizio Settecento; ma spesso le offerte in denaro, in oggetti preziosi o in semplici beni in natura, come il grano, qui depositate per devozione, venivano trafugate con gesto sacrilego nella notte. Le Vicinie (antichissimi organi assembleari), riunitesi nel 1717 e nel 1722, decisero quindi la costruzione di un nuovo e più ampio edificio, che ospitasse l'immagine, ovvero il Santuario della Madonna del Lazzaretto. L'effettiva edificazione venne però rinviata di un trentennio circa, trasportandosi nel frattempo il dipinto nella chiesa di San Nicola. Sul luogo dell'antico lazzaretto fu realizzata a commemorazione del primo centenario della traslazione un'epigrafe commemorativa e nel 1913 il proprietario di quel fondo. Libero Schena, vi fece costruire una cappella.
Fra il 1763 e il 1773 venne finalmente costruita l'attuale chiesa sotto la direzione del capomastro Antonio Tagliani, dopo che nel 1750 erano già stati conclusi campanile e sacrestia.
Il Santuario (fig. 1), forse progettato dal medesimo architetto della Parrocchiale di Santo Stefano, Antonio Spazzi, presenta una facciata a doppio registro, l'inferiore scandito da sei lesene toniche, che inquadrano al centro il portale con fastigio curvilineo; quello superiore, ritmato da quattro lesene, è concluso da timpano triangolare, inquadrante al centro una cartella lapidea con inciso il monogramma B.V.M.
L'interno, di ampia volumetria, è ad aula unica, organizzata in tre campate, di cui quella centrale presenta un'ariosa cupola (fig. 2); il presbiterio, pur esso coperto da volta a cupola, custodisce il prezioso altare maggiore, eseguito nel 1794 dal marmorino Francesco Seneci di Rezzato e, alla parete di fondo, l'ottocentesca ancona marmorea di Girolamo Merici, anch'egli rezzatese, che custodisce al centro la venerata immagine della Madonna del Lazzaretto, restaurata nel 1886 dal pittore Giuliano Volpi, autore delle tempere eseguite sulle volte della Parrocchiale di Santo Stefano.
I due altari in breccia con timpano curvilineo delle cappelle laterali dell'aula vennero eseguiti all'inizio del secondo decennio del XIX secolo e inquadrano due dipinti di fine Seicento, forse provenienti dalla precedente chiesa di San Nicola: sull'altare di sinistra (fig. 3) è collocata la tela raffigurante il titolare della cappella. San Nicola di Bari (fig. 4), realizzata nel 1699 da Francesco Paglia (Brescia 1635-1714) per volontà di Bartolomeo Landi appena ventunenne (fig, 5), effigiato in basso a destra, la cui famiglia aveva il patronato della medesima cappella; sull'altare opposto è invece visibile la Madonna con Bambino e i Santi Francesco d'Assisi, Pietro e Carlo Borromeo (fig. 6), che Francesco Bernardi dipinse nel 1691. Sopra l'ingresso laterale destro è collocata la tela di primo Settecento, raffigurante il Martirio di San Bartolomeo che secondo la tradizione venne sottoposto allo scorticamento e per questo assunse il patronato su tutte le corporazioni impegnate nella conciatura e nell'utilizzo del pellame. L'impianto compositivo dell'opera richiama la pala di identico soggetto del veneziano Antonio Zanchi (Este 1631- Venezia 1722), conservata nella chiesa di San Nazaro e Gelso a Brescia.
Al secondo decennio del Settecento risale l'Annunciazione (figg. 7-8) sulla parete sinistra del presbiterio, opera giovanile di Antonio Paglia (Brescia 1681ca.-1747), dove elementi di sapido naturalismo lombardo accompagnano lo svolgimento della scena sacra.
La frazione di Cantrina, posta all'estremo margine nordoccidentale del territorio comunale, custodisce al centro del suo piccolo abitato
"formato da vecchie e ampie case con cortili, pozzi, porticati e orti" (E. Spada, Bedizzole. Antichità romane e nuovo studio storico, Brescia 1979, p.224), la chiesa dedicata al Nome di Maria e ai Santi Giovanni Nepomuceno e Eurosia, eretta nel 1728.
L'edificio (fig. 1) presenta una semplice facciata a spioventi, con portale in marmo bianco architravato, concluso da una cornice aggettata,
sormontata a sua volta da due agili volute. L'aula, con volta a botte, immette nel presbiterio quadrangolare, in cui è collocato l'unico
altare.
Il motivo che portò alla costruzione del piccolo edificio è analogo a quello di altre chiese bedizzolesi ed è enucleato nella richiesta di
edificazione, inoltrata dall'Arciprete Lelio Emigli al Vicario Generale Leandro Chizzola: "ritrovandosi la Contrada di Cantrina distante circa lo spazio di un miglio dalla Chiesa Parochiale, come da qualunque altra e rendendosi nei tempi piovosi ed invernali quelle strade impraticabili per le molte acque, che qui scorrono, per le quali cose molte persone vengono impedite dall'ascoltare la Santa Messa anche nelli giorni festivi; sono perciò venuti in deliberazione li abitanti di detta contrada di fabbricare un piccolo oratorio per loro comodo, in cui possono con maggiore facilità e frequenza udire la Santa Messa e porgere le loro preci all'Altissimo" (Archivio Vescovile di Brescia, faldone Progetto Chiese Bedizzole, fascicolo Cantrina, ringrazio per la segnalazione del documento Monsignor Masetti Zannini). L'Emigli rassicura che l'oratorio sarebbe stato sottoposto alla giurisdizione parrocchiale e in esso non si sarebbe svolta alcuna funzione, ne amministrati i sacramenti o fatte confessioni senza sua "speziale licenza e senza que' modi e condizioni che saranno prescritti dalla Curia Episcopale di Brescia".
Alla parete di fondo della chiesa è addossato un altare con mensa in muratura e tabernacolo a colonne tortili, sormontata da un'ancona
lignea (fig. 2), nota nel bresciano con il termine di origine veneta "soasa", di fattura ancora seicentesca costituita da colonne doriche con fusto scannellato, che reggono un frontone ad arco spezzato: non è escludibile che il manufatto sia stato assemblato con elementi di  reimpiego, precedenti alla costruzione dell'edificio. La soasa incornicia una pala raffigurante la Beata Vergine e il Bambino fra i Santi Giovanni Nepomuceno ed Eurosia (figg. 3-4), ascrivibile alla mano di Angelo Paglia (Brescia 1681-1763) e realizzata fra terzo e quarto decennio del Settecento per volontà di un reverendo, di cui si legge solo il nome nel cartiglio dello stemma posto sulla destra della tela: "Ex devotione Reverendi Venantii" (fig. 5). Fino agli anni Ottanta del secolo scorso le teste delle quattro figure erano impreziosite da corone in lamina d'argento lavorata a sbalzo, probabilmente applicate nel corso dell'Ottocento e successivamente asportate. La Madonna è affiancata da due santi martiri di origine boema, Giovanni Nepomuceno ed Eurosia.
Il primo, di famiglia poverissima, nacque a Pomuk in Boemia nel Trecento. Divenuto sacerdote nel 1380, si dedicò allo studio del diritto canonico prima a Praga e poi a Padova e nove anni dopo divenne vicario generale dell'Arcivescovo di Praga, Jenstein, ed elemosiniere alla corte del rè Venceslao IV, sovrano di Boemia. Scoppiata nel 1393 la lotta tra l'Arcivescovo ed il rè Venceslao, che ne voleva limitare i poteri vescovili, l'ira del rè ricadde sul vicario generale, per avere questi, forte della sua scienza canonica, difeso vigorosamente la libertà della Chiesa e del suo Arcivescovo. Arrestato, dopo misteriosi interrogatori e torture, Giovanni fu gettato nottetempo dal ponte Carlo di Praga nella Moldava e fatto annegare. Nel 1721 la Chiesa ne riconosceva il culto e nel marzo del 1729 Benedetto XIII lo dichiarava santo,
consacrando la tradizione del suo martirio per il sigillo sacramentale.
Eurosia, nata nel IX secolo da nobile famiglia e presto rimasta orfana, fu promessa in sposa al figlio del rè di Aragona e di Navarra Fortunio Jimenez, ma, durante il suo viaggio verso la regione spagnola, il capo dei Mori Aben Lupo tese un agguato a lei e al seguito, cercando di costringere la giovane a rinnegare la fede cristiana e a rinunciare alla mano del principe; di fronte al fermo rifiuto della giovane il musulmano la massacrò barbaramente, tagliandole mani e piedi.
Il culto dei due santi, in particolare quello di Eurosia, doveva essere particolarmente sentito nella piccola contrada bedizzolese, in quanto Eurosia è comunemente invocata contro le tempeste e la grandine, fatali per le coltivazioni di viti che ancora oggi sono numerose; mentre
Giovanni Nepomuceno è il santo protettore dalle inondazioni, che a Cantrina non dovevano essere infrequenti, considerata la sua collocazione vicino l'argine del fiume Chiese, tanto che alcuni ne fanno derivare il nome da Cantherius, termine indicante la passerella di legno per l'attraversamento di un corso d'acqua.

                                              Testi e immagini di Riccardo Bartoletti









 
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