Pontenove - Parrocchia di Bedizzole

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Pontenove

le Chiese di Bedizzole
Cantrina

Pieve della Vergine Annunciata

Il termine pieve, dal latino 'plebs' (chiesa  del  popolo), indica sia una tipologìa di edifìcio architettonico, sia la dimensione territoriale entro cui vivevano le primitive comunità dì fedeli. Queste antiche strutture religiose nascono attorno alla metà del IV secolo d.C. nei centri rurali dell'Italia  padana, dall'esigenza di assicurare alla popolazione il compimento delle principali funzioni  liturgiche, l'assistenza spirituale e l'amministrazione dei sacramenti. Nelle chiese, designate come fulcro del territorio plebano, i presbiteri, eletti dai vescovi, celebravano la liturgia eucaristica, e amministravano il sacramento del battesimo, tanto è vero che tali edifici erano chiamati 'ecclesiae baptismales'; al contrario, gli altri oratori, costruiti spesso per volontà di committenti privati nella zona, erano privi di battistero e in essi non era garantito un clero stabile.
La pieve di Pontenove, dedicata alla Vergine Annunciata, ebbe una vasta giurisdizione sul territorio circostante e possedeva tre dìaconie, quella di San Vincenzo a Calcinato, di San Lorenzo a Carzago e dì San Pietro a Calvagese, che fra XIV e XV secolo divennero parrocchie autonome, staccandosi quindi dal suo controllo. Le origini dì questo istituto plebano sono sicuramente da fare risalire al VI secolo, ma l'attuale impianto architettonico è databile al XII secolo ed è il risultato di un'integrale ricostruzione e ampliamento, realizzato secondo lo storico Antonio Racheli attorno all'anno 1120. La pieve mantenne sicuramente il titolo di parrocchiale fino al XV secolo, come testimonia la relazione dell'Arciprete Emigli sulla parrocchia di Bedizzole, contenuta nella Vìsita Pastorale del 1756. Successivamente l'edifìcio perse gradualmente la sua centralità istituzionale, a tal punto che nella seconda metà del Cinquecento il Vescovo Bollani ordinò la demolizione del vetusto Battistero antistante la chiesa, ormai scomodo e troppo periferico rispetto alla parrocchiale dì Santo Stefano, dove ormai da tempo si officiava il rito del battesimo. La pieve conservò pur sempre la funzione dì chiesa cimiteriale fino all'Ottocento, quando il Comune fece costruire il nuovo camposanto a San Rocco.
L'edifìcio di Pontenove presenta un prospetto esterno a doppio spiovente con rosone   centrale e un semplice portale architravato, recante lo stemma dell'arciprete Giacomo Averoldi, che ne volle la costruzione nel 1480; probabilmente in questa occasione il pronao antistante la facciata fu demolito, come ricorda Paolo Guerrini. L'interno (fig. 1) è la chiara testimonianza di una rigorosa architettura dì età romanica e richiama coeve costruzioni religiose prime fra tutte la pieve dì Manerba. L'aula a pianta longitudinale è divisa in tre navate, delimitate da due file di arcate, poggianti su pilastri rettangolari; la navata centrale si conclude in un presbiterio dall'ampio catino semicircolare, quella a destra in una piccola absidiola ricostruita durante i restauri del 1943, mentre la navata di sinistra immette nella sacrestia. Il soffitto a capriate lignee è stato integralmente rifatto durante i restauri eseguiti nel 1970, sotto la direzione della Soprintendenza di Milano.
L'edifìcio nel corso dei secoli venne spogliato dei suoi arredi sacri, come altari ed ancone lignee, per volontà vescovile; in particolare fu Monsignore Domenico Bollani a disporne la rimozione unitamente alla scialbatura delle pareti.  Fortunatamente gli interventi novecenteschi hanno riportato in luce buona parte del prezioso tessuto pittorico, che anticamente decorava l'interno. Le pitture si dispongono sul registro inferiore del catino absidale, sui pilastri e sui muri laterali senza un preciso programma iconografico e vennero realizzate da botteghe dì anonimi pittori in buona parte nel corso del Quattrocento. Alcune di esse, distinguibili per grazia stilistica (figg. 2- 3), sono importanti esempi dì pittura tardogotica, corrente artistica nata in Europa alla fine del XIV secolo, i cui retaggi stilistici si avvertono nel nostro territorio fino alla fine del Quattrocento, connotata dalla gentilezza e dall'eleganza delle figure, ritratte spesso con vezzosa gestualità e all'interno di complesse partiture architettoniche e decorative.
Sulla parete destra è collocata la pala dell'Annunciazione (figg. 4- 5), inserita entro una soasa seicentesca con ricchi intagli lignei (fig.  6), con timpano spezzato, al  centro del  quale è posto il busto di Dio Padre Benedicente. L'ancona poggia su un'altare in muratura con finte specchiature marmoree dipinte sulla fronte. La tela, eseguita nel 1622, denota caratteri palmeschi ed è ascrivibile all'ambito pittorico dì Antonio Gandino. L'opera venne realizzata a spese dell'arciprete plebano monsignore Giovanni Battista Bertera nativo di Zuìno di Bogliaco, conclavista del Vescovo dì Brescia Gìanfrancesco Morosinì e cappellano ìntimo dì papa Clemente VII; il busto del Bertera, ultimo arciprete che risiedette nella pieve di Pontenove, è ritratto nell'angolo in basso a sinistra della pala.
Alla prima metà del Settecento appartiene infine la deperita tela custodita in sacrestia, raffigurante San Girolamo penitente (fig. 7) copia della tela ovale con identico soggetto, conservata nella sacrestia della Parrocchiale di Santo Stefano. Nell'enfasi muscolare della figura e nel suo accentuato modellato chiaroscurale, esaltato da un attento uso della luce radente, si avvertono particolari consonanze con la cultura tenebrosa dì area veneziana, cosiddetta per l'intonazione cupa e torva delle scene dipinte.

                                                      
                                              Testo e immagini di Riccardo Bartoletti








 
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